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Quattro passi nel Centro Storico

Il percorso descritto, dalla lunghezza complessiva di circa 650 mt., parte da Via Matteotti in passato identificata come Via Martino De Griate (un carpentiere che risultava imbarcato sulla Victoria: la caracca spagnola delle spedizioni esplorative di Ferdinando Magellano), via che si affaccia sul rettilineo stradale di Corso Italia. Dall’inizio, percorrendola fino alla leggera salita, si intravedono ville settecentesche con gradevoli giardini alla genovese caratterizzate dagli ocra e dai rosa, colorazioni tipicamente liguri, e dalle decorazioni artistiche delle facciate. Su entrambi i lati della via, muraglie a secco dalle quali emergono profumate piante di limone, tipiche degli “Orti” liguri, che ci rimandano ai versi della poesia montaliana. In particolare, quelle che cingono “l’Orto del Caneparo” dove avanzano anche i resti della primitiva fabbrica della chiesa di Deiva, già riportata in documenti dell’anno 1492.
Giunti all’apice del pendio, dopo alcuni minuti di cammino si arriva nell’odierna Piazza Colombo, una minuscola piazzetta crocevia di tipici carruggi liguri tutti da scoprire, un curioso effetto labirinto e un continuo avvicendarsi di vicoli stretti, piccole porticine e finestre, archi, scalette e terrazze.
All’inizio di uno di questi, Via Amendola, prima Via Domenico De Jarsa (altro marinaio carpentiere imbarcato sulla caravella Concezione con Magellano), troviamo un arco denominato dagli abitanti del “Beghetto”, dal nome in vulgo dell’antico proprietario, con una Croce di Malta o Croce di San Giovanni, nella sua chiave centrale, in pietra nera di provenienza locale scolpita a taglio circolare. Sulla presenza di questo simbolo, non disponendo di fonti documentarie precise, sussistono diverse ipotesi, tra le quali, quella di una residua testimonianza della probabile presenza di una struttura di tipo
assistenziale, ma la più verosimile, presente ancora nella tradizione orale e riportata in alcuni testi scritti, ci conduce all’esistenza di un percorso di rifugio e fuga, dotato di opportune chiusure, verso la vicina Torre detta “Saracena”. Edificata dalla Repubblica di Genova nel XV secolo, in triangolazione con altre torri di guardia sulla costa, allo scopo di proteggere la popolazione del borgo dalle frequenti incursioni dei pirati barbareschi, che all’epoca saccheggiavano spesso i litorali riducendo in schiavitù e deportando gli abitanti Lo stretto vicolo, al suo vertice, dopo una breve ascensione fiancheggiata da case dalle facciate fronteggianti multicolori, porta svoltando a destra verso il “Carruggio Del Fico o Via Delle Pozze”, composto da una serie di volte a mezza botte con case soprastanti e minuscole viuzze di raccordo, valorizzate da squarci di luce che riproducono affascinanti alternanze, seguendo sempre il percorso delle vecchie cinta murarie delimitanti il centro urbano dalle fasce terrazzate collinari, fino allo sbocco in Via Gramsci. La stradina, e lastricata con fondo in ciottoli di pietra nera e tacchi di arenaria, lavorati nei tempi remoti da mastri scalpellini locali, ci conduce andando verso sinistra alla parte del centro storico dove è presente la parrocchiale. La chiesa, appare subito sullo sfondo nelle sue maestose forme barocche, dominanti il notevole sagrato del 1766, citato in famose riviste di architettura, dalla precisa fattura a tappeto di spiccata tradizione ligure realizzato in pietra locale, ordinato a tecnica a mosaico di ciottoli colorati disposti a formare soggetti marinareschi e floreali.
L’edificio, riedificato nella sede attuale a partire dal 6 Luglio 1730 dopo la devastante ondata di piena dell’alluvione del 2 Novembre 1729, che distrusse la prima chiesa quando ancora si trovava nel già citato Orto del Caneparo, è intitolato a San Antonio Abate. Il suo interno, che si presenta suntuoso nei marmi e negli arredi, è frutto delle decime dei marinai imbarcati su importanti bastimenti di famiglie o capitani deivesi, custode come uno scrigno di alcuni piccoli tesori: una Pala d’Altare del 1768, l’ imponente organo del 1864 della scuola pisana di organai Agati e il pulpito del 1750, in marmo intarsiato, del tutto simile a quello presente in S. Siro a Genova. La prospiciente torre tardo-medievale, di struttura massiccia e compatta, è prevalentemente costruita in pietra di colore giallo ocra, mentre il mattone è usato per coronare la finitura e gli archetti d’aggetto del cornicione. Misura 12 metri, disposti su tre stanze sovrapposte di 25 mq. ciascuna, viene erroneamente citata dagli abitanti come “Saracena” e fronteggia il complesso della chiesa, sviluppandosi in pianta quadrata coronata di merli aggettanti con piccole feritoie, dette “arciere”, e bocche di fuoco murali funzionali alla difesa, affiancata dal chiostro e oratorio di S. Giovanni Battista di probabile origine seicentesca. Una lapide di fondazione, persa durante un restauro del 1686, recava la data precisa
di costruzione del ritrovo parrocchiale. Il manufatto della torre, nella cartografia antica, si presenta emarginato rispetto al nucleo abitato. Da documenti risulta che il 3 aprile 1564 sette vascelli turchi , dopo l’assalto a Moneglia, tentano di attaccare anche Deiva, senza ottenere grandi risultati perché la popolazione vi trova scampo e rifugio. L’allora sindaco, Pasqualino Testa, riferisce alla Repubblica Genovese, la possibilità di difesa dai pirati rappresentata dalla Torre posta nella “Villa” ed evidenzia l’esigenza di costruirne una seconda alla “Marina”, zona fino ad allora sguarnita di difese.
A ridosso della chiesa, sulla destra, sul costello detto il “Rovereto”sorge il nucleo più antico e caratteristico di Deiva, databile al XV-XVI secolo, quando Deiva non esisteva ancora come singola comunità politica e amministrativa e apparteneva alla Podesteria di Moneglia; secondo il Giustiniani si componeva di soli 20 fuochi, intesi come famiglie, non superando le 100 unità (ad ogni fuoco corrispondevano 5 persone).
Nella cartografia vinzoniana del 1751, il borgo è rappresentato molto più arretrato rispetto all’attuale linea di costa, con il fiume che presenta un bacino imbrifero e un estuario più vasti di oggi.
L’esistenza di un porto, probabilmente un semplice approdo di tipo fluviale per il piccolo cabotaggio locale, è attestata nel XII secolo con la consegna in “portu de Deva de petre vermiglie de Paxano” La carta manoscritta planimetrica “Tipo geometrico del luogo della Deiva e dei siti controversi tra la detta Comunità e quella di Framura”, conservata tuttora presso l’Archivio di Stato di Genova, oltre a fornire indicazioni sullo sfruttamento del territorio, rappresenta la valle vicino alla costa.
Vi si intravedono il quartiere, detto del “Rovereto”, le case intorno alla parrocchiale già nella sede attuale, alcuni magazzini e la Torre circolare verso la spiaggia, costruita tra il 1564 e il 1588, dove si conserva ancora oggi, alta 15 metri e con parte delle originarie merlature, risparmiate dalla furiosa ondata di piena del fiume di oltre due secoli fa. Tali elementi, sono riportati anche nelle mappe del 1773 dell’ ”Atlante dei Domini di Terraferma” di Matteo Vinzoni, che descrivono un abitato molto piccolo, le cui dimensioni non si discostano molto da quelle dei nuclei antichi collinari con una sostanziale proporzione demografica tra Deiva e le altre località.
Anche una veduta di Eugenio Ciceri, della fine del XIX secolo, mostra un borgo di Deiva arroccato alle pendici del monte e un fiume con una foce allargata verso il mare.
Riprendiamo ora il tracciato, sempre sulla destra del sagrato della chiesa, verso la salita di Via Garibaldi, fino a trovare la minuscola Piazza Gramsci con le sue case variopinte e antichi portali e da qui, svoltando a sinistra e attraversando un corto voltino sottostante un’abitazione, iniziamo a scendere in leggera pendenza in Via Cavour per sfociare verso Via Romita, con le mura di cinta degli orti che anche qui ricreano il curioso effetto labirinto trovato già all’inizio. Verso la parte terminale di Via Romita, arriviamo in Corso Italia con la vicina e circolare Piazza XXV Aprile, meglio conosciuta dagli abitanti come “Dal Pozzo” per l’esistenza di una cavità dove in passato si attingeva l’acqua per i fabbisogni del paese.
Lo slargo, in arenaria, ha un selciato a spirale intarsiato con i versi immortali di Montale della poesia “Cigola la carrucola nel pozzo” tratti dalla raccolta “Ossi di Seppia”, è presente anche un monumento bronzeo dedicato ai Caduti di Tutte le Guerre e l’antico pozzo di cui abbiamo detto, protetto ora da una lastra in cristallo trasparente. Nel proseguo del percorso dalla piazza, uno stretto vicolo ci riporta a intraprendere il tragitto iniziale ripassando davanti alla parrocchiale e alla Torre e successivamente fino a Via Matteotti, dove termina la nostra passeggiata tra antiche viuzze alla scoperta del centro storico di Deiva Marina e dei suoi angoli più segreti, in un tempo complessivo di circa 30 minuti.

CENTRO STORICO

VIA MATTEOTTI
CORSAO ITALIA
ORTO DEL CANEPARO
PIAZZA COLOMBO
ARCO DEL BEGHETTO
TORRE SARACENA
CARRUGGIO DEL FICO
LA CHIESA E LA TORRE MEDIEVALE
ROVERETO
PIAZZA XXV APRILE
INFO
SVOLGIMENTO: A piedi o in bicicletta
DIFFICOLTA’: Nessuna
DURATA COMPLESSIVA: 1 ora

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